giovedì 29 dicembre 2016

Il Gigante di Ferro

Tu sei chi scegli e cerchi di essere.

Il Giudice Amy

Non è mollare che fa male,
è restare aggrappati.

Il gabbiano Jonathan Livingston - Richard Bach

Devi solo seguitare a conoscere meglio te stesso,
ogni giorno un pochino di più.


Egli imparò a volare,
e non si rammaricava per il prezzo che aveva dovuto pagare.
Scoprì che erano la noia, la paura e la rabbia
A rendere così breve la vita di un gabbiano.

giovedì 22 dicembre 2016

Angolo rosso

Le cose che lasciamo dietro di noi prima o poi ci raggiungono.

Jiddu Krishnamurti

I fatti in sé non fanno paura.
Se invece li vuoi evitare,
voltare le spalle e fuggire,
questo sì che fa paura.

Una piccola libreria a Parigi - Nina George

I ricordi sono come i lupi. Non puoi rinchiuderli e sperare che ti lascino in pace.

[..] «Kästner è stato uno dei motivi per cui ho chiamato la mia libreria galleggiante ’Farmacia letteraria’», spiegò Perdu. «Volevo dedicarmi a quegli stati dell’animo che non hanno lo status di malattia e che i dottori non degnano di attenzione. Tutte queste timide emozioni, i moti interiori, a cui nessun terapeuta si interessa perché probabilmente troppo piccoli e incomprensibili. Ciò che proviamo quando l’estate finisce di nuovo. O quando capiamo di non avere più tutta la vita davanti per poter trovare il nostro posto nel mondo. O anche i sottili dispiaceri per quando un’amicizia rimane in superficie e bisogna continuare la ricerca di un confidente. La malinconia che ci coglie la mattina del compleanno. La nostalgia dell’aria che respiriamo nell’infanzia. E cose del genere».
Si ricordò di quel dolore che sua mamma gli aveva confidato e al quale non c’era rimedio: «Ci sono donne che guardano solo le scarpe degli altri e mai la faccia. E poi ci sono quelle che guardano sempre le facce e solo di rado le scarpe». Lei preferiva le seconde, e si sentiva mortificata e si sentiva mortificata e mal vista dalle prime.


[..] Tenendo lo sguardo sull’acqua disse: «Secondo Sanary, bisogna andare verso sud via acqua per arrivare ai sogni e alle risposte. Possiamo ritrovare noi stessi solo dopo aver smarrito completamente la strada. Per amore. Per nostalgia. Per paura. Al sud, ascoltando il mare, si capisce che il pianto e il riso hanno lo stesso suono e a volte l’anima deve piangere per essere felice.»
Nel suo petto si risvegliò un uccello che, cauto, sbalordito di essere ancora vivo, spiegò le ali. Voleva uscire, aprirgli il torace, strappargli il cuore e andare verso il cielo.
«Arrivo» mormorò Jean Perdu. «Arrivo Manon.»


[..] Anke e Corinna guardarono con affetto l’amica e Corinna chiese: «Era questa la risposta alla mia domanda di ieri? Perché non l’hai lasciato prima se non era il tuo grande amore?»
Il piccolo amore. Il grande amore. Davvero terribile che ne esistano di diversi formati, vero?
Mentre Jean guardava Ida che non rimpiangeva la sua vita, non la rimpiangeva affatto, non ne fu più sicuro.
«E… lui come vedeva il vostro tempo?» chiese.
«Per lui il piccolo amore dopo venticinque anni era troppo poco. Ora ha trovato il suo grande amore. Lei ha diciassette anni meno di me ed è così elastica che può mettersi lo smalto sui piedi con il pennellino (o forse pennellone) i bocca».


«L’amore è un appartamento. Tutto in un appartamento dovrebbe essere utilizzato e non ricoperto o protetto. Vive solo chi vive appieno anche l’amore e non ha timore di alcuna stanza o porta. Litigare e toccarsi con dolcezza sono aspetti ugualmente importanti; tenersi stretti e anche allontanarsi. È essenziale che venga utilizzata ogni stanza d’amore, altrimenti i pensieri e gli odori diventano indipendenti. Stanze e case trascurate possono diventare insidiose e puzzolenti…».
E se l’amore ce l’avesse con me perché mi sono rifiutato di aprire la porta di quella camera per farci… cosa? Cosa dovrei fare? Costruire un altare a Manon? Dire addio? Cosa dovrei fare?

[..] Nei sogni della nostra vita siamo immortali. E i morti continuano a vivere nei nostri sogni. I sogni sono le porte girevoli fra tutti i mondi, fra il tempo e lo spazio.


[..] Con le verità andiamo sempre dritti e chiari al punto. Da ragazzina ho imparato che le relazioni migliori sono quelle «chiare come l’acqua». Quando le cose difficili vengono dette ad alta voce perdono il loro potenziale nocivo.


[..] Devo stare con Jean perché lui è la mia parte maschile. Ci guardiamo e vediamo la stessa persona.
Luc è l’uomo con cui guardo verso la stessa direzione, uno accanto all’altra.



[..] Sottomettiti, se ci riesci, ma non osare umiliarmi, chiedeva la sua bocca.
E guai se hai paura di farmi male. Sono delicata, ma sento la delicatezza solo nella passione violenta. E mi posso ribellare!


Manon aveva schiacciato quella rigidità come una noce tra le sue mani, le sue mani nude, le sue dita nude, le sue gambe nude…
Mi ha liberato da tutto ciò che è nemico dell’uomo. Dal silenzio e dalle inibizioni. Dall’obbligo di dover fare sempre la cosa giusta.

Era sempre così, come se ci fosse un tappo di abitudine, tempo e paura sedimentati, che gli vietava di interrompere il suo personale corteo funebre. Sentiva di essere abitato da lacrime di pietra che impedivano ad un altro di trovare posto dentro di lui.


[..] L’abitudine è una dea pericolosa e vanesia. Non permette a nulla distruggere il suo regno. Sopprime il bisogno del nuovo, il bisogno di viaggiare, di un altro lavoro, di un nuovo amore. Impedisce di vivere come vogliamo. Perché per abitudine non riflettiamo più se vogliamo davvero ciò che vogliamo.

[..] Zelda accarezzo la guancia irsuta di Perdu. «La conosci bene la morte, eh?». Sorrise triste. «Lui, il cancro, si chiama Lupo, come il personaggio dei fumetti. Elaia l’ha soprannominato così quando aveva nove anni. Le piace pensare che vivano entrambi in quel corpo come in una casa e che se lo dividano come coinquilini. Lei rispetta il fatto che lui a volte desideri più attenzioni. Da piccola diceva che riusciva a dormire meglio, se non pensava che la volesse distruggere. Chi distruggerebbe la casa in cui abita?»


Joaquin Perdu era rimasto in silenzio insolitamente a lungo. Poi Jean lo aveva sentito sospirare. «Ah Jeanno… avere un bambino è come rinunciare alla propria infanzia per sempre. È come se finalmente capissi che cosa significa davvero essere uomo. Hai anche paura che tutte le tue debolezze vengano a galla, perché essere padre vuol dire essere più di quello che puoi fare… Ho sempre sentito il bisogno di guadagnarmi il tuo amore. Perché ti volevo molto bene, molto.»


[..] Perdu annuì. «L’unica cosa sbagliata è che molte done pensano davvero che il loro corpo debba essere perfetto per essere amate. Invece deve essere solo in grado di amare e lasciarsi amare».


[..] Jean Perdu pensò alla poesia di Hesse, Gradini. La maggior parte delle persone conosceva il verso «Ogni inizio contiene una magia…» ma come continuava, «… che ci protegge e a vivere ci aiuta», lo sapevano solo pochi e quasi nessuno capiva che Hesse non parlava di nuovi inizi.
Ma di essere pronti a dire addio.
Addio alle abitudini.
Addio alle illusioni.
Addio a una vita finita da tempo e in cui si è stati solo un involucro animato di tanto in tanto da un sospiro.


[..] Proprio così: bisogna cantare. Piangere di felicità. Ho ricominciato a cantare sotto la doccia mentre saltello colpito da getti d’acqua. A volte però mi sento stretto dentro di me. Come se vivessi in un cesto invisibile che mi rinchiude e tiene lontano dagli altri. In quei momenti anche la mia voce sembra inutile.


Samy mi ha regalato l’ultima delle sue perle di saggezza. La mi piccola grande amica. Stranamente non ha tuonato, di solito le piace molto, mi ha abbracciato mentre ero seduto a guardare il mare e a contare i colori. Poi ha sussurrato pianissimo: «Lo sai che fra la fine e il nuovo inizio c’è un mondo di mezzo? È il tempo ferito, Jean Perdu. È una palude dove si raccolgono sogni, paure e intenzioni perdute. I passi in questo tempo si fanno più pesanti. Non sottovalutare questa situazione di passaggio fra la fine e il uovo inzio, Jeanno. Datti tempo. A volte le soglie sono così grandi che non si possono superare con un solo passo».
 


[..] «Sei ancora troppo piccola per questo, te lo spiego quando sei più grande». Personalmente penso che non ci siano domande troppo grandi, basterebbe solo adattare le risposte.


Il dolore arrivava spesso quando dormiva e poi gli si appendeva addosso. Proprio quando era rilassato, pronto per lasciarsi andare alla deriva, quello tornava. Se ne stava lì sdraiato nel buio e piangeva lacrime amare, il mondo in quei momenti era piccolo come la stanza, solo e spoglio. In quelle occasioni temeva di non poter tornare mai più a sorridere e che una sofferenza del genere non sarebbe mai finita.


Ma quale libro mi può liberare?
Quando trovò la risposta gli scappò quasi da ridere. «I libri possono fare molto ma non tutto. Le cose importanti bisogna viverle e non leggerle. Io devo ancora… vivere il mio libro».
MM gli sorrise con la sua grossa bocca larga.
«È un peccato che il suo cuore non veda donne come me».
«Ma non vede nemmeno le altre, Madame».
«Sì, questo mi consola», disse lei. «Un pochino».


[..] Aveva toccato il fondo delle sue sofferenze fatte di disperazione e di rabbia. Aveva scavato, scavato e scavato via tutto. E d’un tratto c’era spazio vuoto.
Si precipitò in casa. Vicino alla credenza teneva sempre carta e penna. Ora scrisse impaziente:

Catherine,
non so se riusciremo a non ferirci a vicenda. Probabilmente no, perché siamo esseri umani.
Ma quello che so in questo momento, tanto atteso, è che una vita con te mi farebbe riposare meglio. E svegliare meglio. E amare meglio.
Voglio cucinare per te quando sarai di cattivo umore per la fame, per tutti i tipi di fame: di vita, di amore, di luce, mare, viaggi, letture, sonno.
Ti spalmerò la crema sulle mani se hai dovuto toccare troppe pietre ruvide: in sogno ti vedo come una salva-pietre in grado di vedere l’amore che scorre sotto gli strati di sassi.
Ti seguirò con lo sguardo mentre percorri una strada insicura e poi ti giri ad aspettarmi.
Voglio tutte le cose piccole e grandi: voglio litigare con te e poi riderci sopra insieme, nelle giornate fredde voglio mangiare la cioccolata nella tua tazza preferita e voglio aprirti la portiera dell’auto dopo una festa con gli amici simpatici e ospitali.
Voglio sentire le tue cosce morbide che premono sopra la mia pancia calda.
Voglio fare tante piccole e grandi cose con te, con noi, tu, io, noi insieme, te in me e io in te. Catherine, ti prego: vieni! Vieni presto!
Vieni da me!
L’amore è meglio del suo richiamo.
Jean
P.S.: Dico sul serio!



[..] Al bar poteva stare in mezzo alla vita senza dare nell’occhio, non parlando o non partecipando.

mercoledì 21 dicembre 2016

Questo amore - Jacques Prévert

Questo amore
Questo amore
Così violento
Così fragile
Così tenero
Così disperato
Questo amore
Bello come il giorno
E cattivo come il tempo
Quando il tempo è cattivo
Questo amore così vero
Questo amore così bello
Così felice
Così gaio
E così beffardo
Tremante di paura come un bambino al buio
E così sicuro di sé
Come un uomo tranquillo nel cuore della notte
Questo amore che impauriva gli altri
Che li faceva parlare
Che li faceva impallidire
Questo amore spiato
Perché noi lo spiavamo
Perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
Perché noi l’abbiamo perseguitato ferito calpestato
ucciso negato dimenticato
Questo amore tutto intero
Ancora così vivo
E tutto soleggiato
E tuo
E mio
È stato quel che è stato
Questa cosa sempre nuova
E che non è mai cambiata
Vera come una pianta
Tremante come un uccello
Calda e viva come l’estate
Noi possiamo tutti e due
Andare e ritornare
Noi possiamo dimenticare
E quindi riaddormentarci
Risvegliarci soffrire invecchiare
Addormentarci ancora
Sognare la morte
Svegliarci sorridere e ridere
E ringiovanire
Il nostro amore è là
Testardo come un asino
Vivo come il desiderio
Crudele come la memoria
Sciocco come i rimpianti
Tenero come il ricordo
Freddo come il marmo
Bello come il giorno
Fragile come un bambino
Ci guarda sorridendo
E ci parla senza dir nulla
E io tremante l’ascolto
E grido
Grido per te
Grido per me
Ti supplico
Per te per me per tutti coloro che si amano
E che si sono amati
Sì io gli grido
Per te per me e per tutti gli altri
Che non conosco
Fermati là
Là dove sei
Là dove sei stato altre volte
Fermati
Non muoverti
Non andartene
Noi che siamo amati
Noi ti abbiamo dimenticato
Tu non dimenticarci
Non avevamo che te sulla terra
Non lasciarci diventare gelidi
Anche se molto lontano sempre
E non importa dove
Dacci un segno di vita
Molto più tardi ai margini di un bosco
Nella foresta della memoria
Alzati subito
Tendici la mano
E salvaci.


L' atelier dei miracoli - Valérie Tong Cuong

Tagliare? Come può sembrare rassicurante una parola tanto affilata?


[..] la verità brilla per la sua assenza [..]


È allora che bisogna combattere per riportarli alla vita.
Prendere la mano di colui che non te la tende, forzare il destino, offrire uno specchio magico che mostri a coloro che sono accecati dalla sofferenza quello che hanno di bello e di grande.

L'ultima riga delle favole - Massimo Gramellini

C’era una volta - e c’è ancora - un’anima curiosa che cagava per gli spazi infiniti senza  un amore dentro il quale tuffarsi. Stava andando alla deriva dentro un mare di noia quando sentì pulsare qualcosa. Una luce, fatta di musica. E rimase inebetita da tanta bellezza. Disse solo una parola e si tuffò dentro si te.
Allora vi siete dimenticati di tutto e avete incominciato a vivere. Tu e la tua anima.
Per sempre felici e contenti, prometteva l’ultima riga delle favole. Invece siete finiti in una gabbia, e le sue sbarre le ha costruite il dolore. Non riuscite più a stare insieme e neppure a staccarvi. Vi trascinate senza meta sotto il peso dell’infelicità e nei vostri pensieri il futuro assomiglia a un deserto dove la nostalgia prevale sul sogno e il rimpianto sulla speranza.
Lettrice o lettore, non ti crucciare. Prima o poi - e più prima che poi – sentirai in sogno una voce di flauto-
«Lei è la tua anima, mica un accidente. Se non te innamori, non amerai mai niente».



All’improvviso la fiamma di un faro lontano riversò nel loculo una luce tiepida. Tomas si accorse che tutte le pareti erano di vetro e che lo sgabuzzino era completamente circonda dall’acqua.
Fu trafitto da una voce metallica.
«Tu vivi chiuso in una scatola trasparente, costruita dalle tue paure. Rompila e scoprirai di essere molto più di ciò che credi.»
Alzò gli occhi al soffitto e vide una sirena dai fianchi flessuosi che gli sgranava addosso i denti cariati da strega.
«Mai fidarsi delle apparenze, Tomas. Il mondo che si trova al di là del vetro potrebbe arrivarti deformato, Le pareti della scatola le ha partorite la tua mente e il loro nome comincia sempre per NON. NON posso. NON ce la farò mai. NON dipende da me, la più estesa di tutte. Ma, se guardi in alto, troverai la quarta, che sia chiama NON ci credere.»
«Voglio uscire di qui!»
«Allora fallo. Le pareti del NON sembrano infrangibili eppure basta che tu decida di oltrepassarle perché si sbriciolino. Non hai altri limiti di quelli che ti sei posto da solo.»
Tomas si volse verso la vetrata dei NON posso e incrociò lo sguardo poco rassicurante di una murena.
«È il proiettore della tua immaginazione che l’ha prodotta. Puntalo verso di te e scomparirà», disse la bocca ariata.


«Smetti di tormentarti con le tue allucinazioni».


«La libertà può far male a chi esce troppo in fretta dalla scatola. Per diventare libero fuori, dovrai prima imparare ad esserlo dentro».


«Mi dispiace sono la persona meno adatta a consolare chi ha paura di morire». «Io non ho paura di morire», aveva risposto la signora, «ho voglia di vivere con te».


«La rovina non sta nell’errore che commetti, ma nella scusa con cui cerchi di nasconderlo».


«Se vuoi fare un passo in avanti, devi perdere l’equilibrio per un attimo».


«Non esiste una gomma per cancellare i ricordi. Però esiste qualcosa che può ripulirli da tutto il dolore che contengono».
Noah era tornato e gli stava allungando un cubetto biancastro.
«E questo cosa sarebbe?» chiese Tomas, tenendolo sul palmo della mano.
«Il sapone del perdono».


«Chi vede nell’altro un nemico contempla l’immagine deformata di se stesso», sentenziò una voce bene nota.


«… sei diventato furbo e infelice… per farti accettare dagli altri… hai dovuto amputarti come loro… staccando il filo che collega il cervello alla camera del cuore»


«Sii grato a tuo padre: ti ha insegnato l’amore» insistette Morena.
«Mi ha insegnato ad averne paura. L’more è una bestia che ti mangia il cuore e scompare. O come nel suo caso, si attacca ala gola e ti spolpa».


«Non so se qualcuno ti abbia mai lasciato», proseguì Tomas. «Se hai conosciuto anche tu questo strappo improvviso al centro dello stomaco. Quando il distacco diventa ossessione e si mescola alla paura che non troverai più niente di simile a ciò che hai appena perduto».


«Una luce troppo forte acceca chi sta nell’oscurità. Uno alla volta vanno tolti i veli, con infinita pietà. Solo chi è passato oltre il dolore potrà conoscere il volto vero dell’amore».
Tomas osservò il Cantastorie in silenzio. Immaginò di abitare il suo corpo e di pensare i suoi pensieri. Quella voce di donna e di uomo, insieme. Quelle fattezze di uomo e di donna, insieme.
«Se tutti i personaggi delle favole abitano dentro la stessa persona, allora anche tutto l’amore…»
Il Cantastorie sorrise.
«Tu sei… l’amore!» urlò Tomas.
«Androgino è il mio nome. Coui che ha realizzato dentro di sé l’amore, mettendo insieme il maschio con la femmina ed entrambi col suo cuore. Io sono il sole e la luna, il pane e il vino. La luce e la tenebra, l’opaco e il cristallino. Il mare e le stelle, il suddito e il re. L’Uno che voi cercato in Due, io lo creo in me.»
«Chi ti ha dato questo potere?»
«Non è un potere, è una possibilità. Chiunque evolvere potrà.»


«Ti innamori della persona sbagliata perché ti conferma nell’idea negativa che hai di te. L’amore disperato sembra sempre più passionale. Ma la persona giusta è soltanto quella che combacia con le tue energie interiori».

Il Priogioniero del Cielo - Carlos Ruiz Zafón

«A volte ci si stanca di fuggire» disse Fermin. «Il mondo è molto piccolo quando non si ha dove andare».


«In questa vita si perdona tutto, tranne dire la verità».